Io, molestato da don Pierino Gelmini

Abbiamo raccolto la testimonianza di Bruno Zanin, molestato da don Gelmini. “Ci portò a casa sua. Mentre ero in bagno entrò e si rivelò per quello che era. Ero solo un ragazzino”.

È un uomo maturo, ormai, Bruno Zanin, scrittore, giornalista free lance con un passato da attore, un uomo che ha sofferto molto prima di trovare il modo di vivere con serenità il suo orientamento sessuale. Colpa di una giovenzza vissuta in tempi molto diversi da quelli odierni, forse, ma anche delle esperienze, di abusi e seduzioni devianti subite da ragazzino in un collegio salesiano.

Ma è Don Pierino Gelmini che è diventato il chiodo fisso di Bruno.
«Erano i tempi in cui la Beat Generation cominciava a confrontarsi con gli Hippies, i capelloni, come ci chiamavano allora – ci racconta Bruno -. Io ero scappato di casa e mi ritrovavo insieme agli altri ragazzi a Piazza di Spagna a Roma. Don Gelmini ai tempi si faceva chiamare “il monsignore”, e veniva a cercarci nei nostri luoghi di incontro, nei locali che erano diventati le nostre mete preferite. Ci raccontava che la Chiesa e il Vaticano erano molto vicini ai nostri ideali e che se Gesù fosse vissuto in quel tempo, sarebbe certamente stato un capellone. Era molto carismatico ed istrionico, ma la voce che allungasse le mani e che ci avesse provato con qualcuno aveva cominciato a circolare. Insomma, che fosse omosessuale si diceva già con una certa insistenza».

la voce che allungasse le mani e che ci avesse provato con qualcuno aveva cominciato a circolare
Gli anni a cui si riferisce Bruno sono gli anni della contestazione, il ’68 e il 69, quelli in cui si cominciava a parlare di ‘rivoluzione sessuale’. «C’era un altro religioso che frequentavamo allora – continua Bruno -, un diacono francese che aveva una soffitta dietro Piazza Navona dove appoggiavamo i nostri zaini e, ogni tanto, dormivamo. Lui era un bravo cristiano. Aveva un orientamento omosessuale anche lui, ma nessuno si è mai lamentato di comportamenti molesti come invece avveniva con Gelmini, del quale tra l’altro, si diceva che fosse molto ricco. Parlava tanto di ideali hippy, di ritorno alle origini e alla natura, ma andava in giro in Jaguar».

Nonostante siano passati molti anni da questi fatti, i ricordi di Zanin sono ancora molto limpidi.
«Successe poco tempo dopo che mi trovavo a Villa Borghese con un amico e lui si avvicinò. Non so se si ricordasse di me o se fu un caso. Cominciò a fare il simpatico e ci chiese se avessimo fame – ricorda Bruno -. Ci invitò a mangiare qualcosa in trattoria e poi, dato che era inverno e faceva molto freddo, ci portò a casa sua perché Quando capì che noi non avremmo ceduto, disse che questi erano ‘scherzi da prete’, cioè le cose che fanno i preti perché non possono andare con le donne.
potessimo farci una doccia. Mentre eravamo in bagno a lavarci, entrò e si rivelò per quello che era. Insisteva, nonostante i nostri rifiuti. Quando capì che noi non avremmo ceduto, disse che questi erano ‘scherzi da prete’, cioè le cose che fanno i preti perché non possono andare con le donne. Ci vergognammo moltissimo del suo atteggiamento. Era un uomo di 40 anni passati e noi dei ragazzini. E poi era un uomo di chiesa! E io, che avevo vissuto delle bruttissime esperienze, non li sopportavo proprio i tipi come lui, per questa loro doppiezza che li portava a predicare una cosa e fare, poi, l’opposto».

Niente di nuovo, per Bruno, ma ciò nonostante una situazione sempre dolorosa e imbarazzante. L’episodio finì lì. Gelmini, stando alla testimonianza di Zanin, trovò il modo per «chiudere la cosa e togliersi il capriccio» precisa Zanin. I ragazzi però, a modo loro, si vendicarono. «Aveva la casa piena di oggetti di ogni genere: crocefissi e madonne d’oro, d’argento di tutti i tipi – racconta Bruno -, c’erano anche statue , come dire, pagane, nude. Beh, scegliemmo un crocefisso che secondo noi era d’oro e diamanti. Lo vendemmo a Porta Portese per 1.000 lire: era falso».

Continuano a passare gli anni e Bruno diventa attore (reciterà, tra l’altro, il ruolo di Titta Biondi in ‘Amarcord’ di Fellini). «Un giorno leggo sui giornali che il tal monsignor Gelmini è finito in galera con accuse pesanti e il giornalista non nasconde che ci sia stato anche qualche problema per le sue abitudini sessuali rivolte a minorenni».

Da quel momento Bruno perde le tracce di Don Gelmini. Sparito. Zanin comincia a fare i conti con sé stesso e con la sua omosessualità. «Non avevo abbandonato la ricerca di una spiritualità. Ero omosessuale? Non lo ero? La cosa non mi era chiara: avevo storie con ragazze, ma mi innamoravo anche di ragazzi e questo non lo accettavo. Le esperienze vissute in collegio mi avevano segnato, la mia sessualità era stata pervertita e violata – racconta Bruno, che su questa vicenda ha scritto un libro, ‘Nessuno dovrà saperlo’ – Non ero gayo, nel senso di gioioso, come si dice oggi. Ero, invece, disperato. Ho provato più volte il suicidio e sono stato in un ospedale psichiatrico. Ho cercato una risposta nella spiritualità ovunque potesse essere: nell’induismo, nello yoga, nella preghiera del cuore . Una volta feci un lungo pellegrinaggio a piedi fino ad una comunità religiosa di Spello, tenuta da un laico, Carlo Carretto ex presidente dell’Azione Cattolica, che si era opposto alle ingerenze della Chiesa in questioni come l’aborto e il divorzio”. Nell’ex convento umbro Bruno fu sistemato in una cella insieme ad un altro ragazzo. “Preparati”, mi dissero, “quel ragazzo ha problemi di droga” – ricorda Zanin -. “È scappato da una comunità di recupero ed è in crisi d’astinenza. Non ti farà dormire”. Quella notte non dormimmo, ma lui mi raccontò le sue esperienze. A cominciare da quella nella comunità da cui era scappato». Il centro in cui si era ritrovato quel giovane, era uno di quelli gestiti da don Gelmini.

Continua il racconto su don Pierino. Bruno ricorda le storie che ha raccolto dai ragazzi che raccontano di aver subito abusi. E di quella volta che Gelmini gli passò l’avvocato.

Abbiamo lasciato Bruno Zanin in una celletta di un convento  a raccogliere le confidenze di un giovane tossicodipendente in crisi d’astinenza, scappato dalla comunità di don Gelmini. “Conosco un prete a cui non importa niente di quello che pensano gli altri, mi disse quel ragazzo, e mi ha talmente tormentato sessualmente  da costringermi a scappare dalla comunità – racconta Zanin –. Un prete? dissi io. Ma non potevi dargli due schiaffi? E lui mi rispose che era un prete importante e molto conosciuto perché aiutava i tossicodipendenti e si chiamava don Gelmini. Non potevo crederci. Il ragazzo mi raccontò di questo prete ed era evidente che non aveva perso le sue vecchie abitudini.

Lo dissi a Carlo Carretto e scoprii che anche lui lo aveva conosciuto perché aveva infastidito due ragazzini dell’azione cattolica di cui era stato presidente . Ma Carretto era stato isolato dalla Chiesa per le sue posizioni e mi disse che l’unica possibilità era che lo denunciassero i ragazzi vittime dei suoi abusi”. Da allora, Bruno non ha mai smesso di raccontare quello che sapeva di don Gelmini a chiunque gli chiedesse di lui.

“Dicevo a tutti di non mandare i figli ad Amelia perché rischiavano di finire nell’harem di don Pierino – ricorda lo scrittore -. Anni dopo partii per la Bosnia come operatore umanitario da dove mandavo dei servizi giornalistici. Tra chi comprava le mie corrispondenze c’erano il Corriere della Sera, Famiglia Cristiana e anche Radio Vaticana, con cui cominciai una collaborazione di tre anni”.

La storia potrebbe finire qui, se Zanin, in Bosnia, non avesse incontrato un altro ragazzo, un volontario.

“Una sera parlammo molto e mi raccontò che aveva avuto problemi di droga ed era stato in diverse comunità di recupero –  prosegue Bruno – e gli chiesi se fosse stato anche da Gelmini a Mulino Silla. Mi rispose: Perché, lo conosci?  Mi disse che avrebbe voluto denunciarlo perché lo aveva trascinato dentro una storia di libidine di cui  si vergognava molto. Il punto era che lui non riusciva a liberarsi dalla droga e il ‘rapporto’ con don Gelmini gli garantiva la libertà di continuare a farsi. Era l’ennesima conferma che i vizi di quell’uomo continuavano”.

Zanin provò più volte a raccontare queste vicende ai colleghi di Radio Vaticana. “Un giorno lo dissi al direttore padre FedericoLombardi, ora responsabile della Sala  Stampa  della Santa Sede, uno vicino al Papa che finge di non sapere niente di questi preti depravati ; gli parlai del salesiano che aveva abusato di me e di don Gelmini, ma mi rise in faccia. C’era anche un giovane prelato,  Mons. Giovanni d’Ercole, che lavorava per Tele Pace. Dissi di don Gelmini anche a lui che, naturalmente, non mi credette. Adesso lui è direttore della televisione di don Gelmini”.

Al ritorno dalla Bosnia, Bruno scelse di andare a vivere a Castel di Tora, un paesino di montagna, piccolo e tranquillo. “Appena arrivai, l’impiegato del comune  mi disse che non ero l’unico polentone ad aver preso residenza lì. Gli chiesi chi fosse l’altro – ricorda Zanin – e mi rispose ‘Siete tu e don Gelmini che ha preso un castello in comodato d’uso per farci una comunità’. Ancora lui. Raccontai al tizio chi fosse don Pierino e lui mi disse che qualcosa sapeva, ma che ora sembrava cambiato”. Insomma, per Bruno sembrava impossibile girare del tutto pagina.Don Gelmini ha voluto troppo dalla vita. Credo che adesso siamo alla resa dei conti

“Entrai in contatto con il responsabile del nuovo centro – continua – e mi confidò che anche lui era un ex del prelato che, in cambio, aveva aiutato economicamente sia lui che suo fratello. Un giorno cominciai a telefonare in comunità spacciandomi per un parente del ragazzo. Ad un certo punto capii che don Pierino voleva comprare il mio silenzio perché mi passò l’ufficio legale. Mi dissero di non distruggere il lavoro di Gelmini perché era un’opera umanitaria e che se qualche debolezza umana aveva anche lui, beh, bisognava capirlo. Mi proposero un incontro dal quale, a loro dire, sarei uscito molto soddisfatto”. Zanin, che stava già scrivendo il suo libro, non va all’incontro, ma gli fa uno scherzo tremendo.

“Chiamai l’Ansa  spacciandomi per Aldo Curiotto  il portavoce del prete raccontando che era stato fermato all’aeroporto di Fiumicino in partenza per la Tailandia e che gli avevano trovato nella valigia materiale  pedopornografico. Quelli dell’Ansa ci credettero perché qualcuno  evidentemente aveva saputo di queste chiacchiere che giravano  sul suo conto. . Finì su tutti i giornali  e telegiornali,  fece molto scalpore . Gelmini fu costretto a smentire la cosa. Pensai che gli sarebbe servito da lezione. Mi sbagliavo”.

Gli anni sono passati e adesso don Gelmini è al centro di un’inchiesta giudiziaria in cui ad accusarlo sono più di cinquanta ragazzi. Bruno ha deposto davanti agli investigatori di Terni. “Credo che questa volta il processo ci sarà davvero. Ho raccontato   le cose più importanti che so, facendo anche i nomi dei ragazzi che mi hanno confidato le loro storie. Ho molta fiducia in questi inquirenti, sono  seri e determinati. Perfino i politici che lo difendevano lo hanno mollato. Ha voluto troppo dalla vita, cercando anche il dominio sessuale sulle persone di cui pensava di potere comprare l’anima. Credo che adesso siamo alla resa dei conti – conclude Zanin – . Io non ho nulla contro i preti sia ben chiaro, a loro va tutto il mio rispetto se fanno i preti , ma se  lo fanno per far carriera e poter approfittare dei più deboli, per metterglielo nel sedere, allora no. Pier Paolo Pasolini che pure era omosessuale  e ha vissuto sulla sua pelle  un cristianesimo sofferto in contrasto con le pulsioni  della carne,  ha pagato con la vita quella contraddizione. Don Gelmini invece si definisce martire, perseguitato, messo in croce, bestemmia: è un ipocrita, vive una doppia morale. In pubblico appare  il santo paladino contro la droga, in privato è ben altro.  Pasolini passerà alla storia perché era un grande, di Gelmini fra 10 anni nessuno più ne parlerà se non per disprezzarlo. Non temo querele, non temo critiche, la verità  va detta. Quella che so  io è questa. Quando gli atti saranno pubblici ne sentirete delle belle sul conto di questo prete falso  e su chi l’ha sempre protetto ben sapendo chi fosse e cosa facesse”.   Bruno si dichiara ‘dubitante’, non credente, ancora in piena ricerca spirituale. E come criticarlo?

Fonte Gay.it

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