Testimonianza di Valerio Maj

… C’era solo un colpevole: me stesso!

Residente in Svizzera da quasi quaranta anni, sono nato in provincia di Bergamo, il 15 aprile 1956, secondogenito di quattro figli. La mia famiglia era modesta e mio padre era assente per lunghi periodi a causa del suo lavoro all’estero. Aveva un carattere forte e oppressivo.

Alla fine degli anni 60, ho voluto entrare in seminario. Dopo un anno e mezzo, ho chiesto a mia mamma di farmi uscire. Con l’aiuto di una famiglia di amici, ho trovato un posto in un altro istituto religioso. Era nel mese di gennaio del 1970.

Certamente, a causa della mia natura introversa, timido e già scosso dall’abuso del potere di mio padre, per il mio aggressore, Don Mario, è stato il gioco da ragazzi prendermi sotto la sua ala, guadagnare la mia fiducia e abusare sessualmente di un bambino di 13 anni. Il mio aggressore era il mio professore di latino e di canto. Conosceva la famiglia degli amici che mi avevano aiutato a entrare nel nuovo istituto, e in poco tempo ebbe la fiducia anche della mia famiglia. Mi ha visto, solo e senza amici, timido e nuovo nell’Istituto e per lui è stato facile, farmi sentire importante sotto la sua protezione. Ha preso il posto del padre oppressivo e spesso assente, mentre lui era presente, gentile e premuroso. E poi, rappresentava Dio, il Padre su questa terra.

L’abuso ha avuto luogo nel suo ufficio, specialmente di sera prima di andare nei dormitori. Da notare che gli studi dei sacerdoti avevano le porte vetrate.  Avevo molta paura di poter essere visto da altri sacerdoti, che usavano gli uffici accanto, e mi sentivo in colpa per quello che succedeva.

Era una pratica comune o chiudevano un occhio sulle pratiche di Don Mario?

Durante l’abuso, introduceva la sua lingua nella mia bocca, mi toccato i genitali e mi costringeva a toccarlo nelle parti intime. Questo è accaduto più volte durante la mia permanenza, un anno e mezzo, nell’istituto religioso.

A volte veniva nel dormitorio e si sedeva sul bordo del letto e mi toccava le parti intime. Avevo terrore e imbarazzo di essere visto da altri studenti che dormivano nei letti accanto al mio. Mi chiedevo: cosa diranno di me se mi vedono cosa faccio con don Mario?

In due occasioni almeno, lui mi ha accompagnato a casa dai miei genitori, a circa 70 km.

Dormivamo nella stessa camera accanto a quella dei miei genitori. Appena entrati, chiudeva la camera a chiave, e mi costringeva ad entrare nel suo letto nudo… Ancora la sua lingua nella mia bocca, le sue mani sulle mie parti intime e le mie nelle sue. Anche in queste occasioni avevo spavento, turbamento e collera per quello che subivo.

Perché non ho confessato l’abuso? Per paura delle conseguenze; lui un sacerdote e io… niente.

La vergogna e la colpevolezza di essere la causa di questa situazione.

A chi dirlo? Ai miei genitori che hanno messo questo mostro nella mia camera?

Nel mio paese di 800 abitanti dove tutti erano cristiani praticanti, dove il sacerdote era la persona più influente, nessuno mi avrebbe mai creduto e difeso… sarei stato indicato come un bugiardo, un pervertito! La Chiesa era la Santa Madre, intoccabile!

Quindi, ho tenuto tutto dentro. Ho seppellito questa ferita nel profondo di me stesso, ho creduto di cancellare questi dolorosi eventi dalla mia memoria.

Ahimè, quando si crede di cancellare dalla memoria, i grandi traumi subiti nell’infanzia, un giorno o l’altro, riemergono in superfice e causano danni che sono devastanti a livello fisico, affettivo e psicologico.

l’abuso lascia sempre il segno nella vita di un bambino. L’abuso condiziona le sue relazioni, la sua personalità, i suoi interessi, i suoi sogni.

Ecco, qualche problema causato dall’abuso: carattere instabile e a volte irascibile, non riuscivo a dire di no a nessuno, comportamento autodistruttivo, problemi di ambivalenza, mancanza di fiducia in me stesso, sentirmi niente, inutile e incapace, fingere che tutto va bene anche quando ero sull’orlo del baratro. Un sacco di problemi con l’alcool. E nel 1993 e nel 2007 ho avuto due incidenti d’auto, abbastanza gravi, ma senza conseguenze fisiche, a causa dell’abuso di alcool.

Nel 2006, dopo tre anni come responsabile di circa cinquanta collaboratori, per mancanza di fiducia in me stesso, ho subito un burn-out (stato di grande stress e fatica) e ho dovuto fermarmi dal lavoro per quattro mesi e per quasi tre anni seguire una terapia psichiatrica. Purtroppo il problema degli abusi non è uscito fuori… Ho perso il mio posto di responsabile e con esso una fetta di salario. Fortunatamente il mio datore di lavoro mi ha dato di nuovo fiducia e ho continuato in un altro reparto.

Nella primavera del 2010, ho trovato il coraggio di parlarne con un amico, sacerdote ed italiano, che era missionario in Svizzera. Mi ha detto di non dirlo a nessuno! Deluso e stordito ho ingoiato la mia delusione.

Ma il mio corpo non ha accettato e ha cominciato a somatizzare questo problema a modo suo. Alla fine di agosto dello stesso anno, ho iniziato una polimialgia reumatica, molto dolorosa e che ho dovuto trattare con il cortisone per tre anni. Dopo la polimialgia reumatica si è trasformata in poliartrite che si è protratta per due anni.

Inizio 2016 mia moglie mi ha fatto due domande: chi sei? Perché cerchi di distruggerti? Ho risposto: ho sempre avuto un comportamento autodistruttivo e ho sempre annientato i miei centri d’interesse.

Mi ci sono voluti tre giorni per riuscire e dire a mia moglie gli eventi in relazione agli abusi sessuali. Da questo mia moglie ha capito subito che i molti problemi avuti nella mia vita (abuso di alcool, ambivalenza, cambiamenti di umore, burn-out e malattie fisiche) erano collegati agli abusi sessuali e per me è stato un sollievo enorme e un supporto fondamentale.

Ho iniziato la terapia con una psicologa, che è durata dal marzo 2016 all’agosto 2017. Dopo la confessione, ho avuto un’ulcera allo stomaco e ancora adesso prendo farmaci per curarlo. Ho anche sviluppato delle crisi di angoscia, abbastanza violente e frequenti.  All’inizio credevo fossero dei problemi di cuore, ma poi smentite dalle visite mediche presso il pronto soccorso dell’ospedale.

Ho attraversato il deserto dei dubbi, cercando il vero Valerio e guardando le esperienze del mio passato ho avuto paura e ho dubitato spesso di riuscire a guarire. Più volte ho pensato alla morte come una liberazione. E in questo periodo che ho capito il significato di sopravvissuto…

Durante questo periodo ho capito una cosa importante – e la psicologa che ho consultato lo ha sottolineato – asfissiavo di vergogna, senso di colpa e denigrazione di me stesso, pensando che l’unico colpevole ero io!

Ma chi è questa forza devastatrice? È il bambino abusato, usato e gettato che ti chiama, che ti chiede aiuto, che vuole che tu lo prenda tra le braccia per consolarlo. È il bambino che tu non vuoi prendere per mano, che non vuoi rivelare agli altri e che non vuoi riconoscere come una parte di te stesso.

È il bambino che ha paura, che ha vergogna, che si sente colpevole, che crede di essere la causa di quanto gli è successo. Ma tu non vuoi e non puoi ascoltarlo. Ascoltarlo significa ricordare e ricordare è doloroso. Allora certe volte, per non ricordare, per non ascoltare quel bambino di 13 anni, ti rifugi nei vizi o in certi comportamenti che possono solo farti del male e distruggere quanto di buono hai fatto attorno a te.

Ma come liberarsi da questa forza devastante? Dare un nome alla sofferenza. Dare il nome di chi ti ha trasformato la vita in via crucis. Dare il nome di chi ti ha tradito, usato e gettato! Finché non troverai il coraggio di cercarlo, denunciarlo o parlargli, sarai sempre la preda di te stesso. Sempre!

Ho immediatamente avvisato, il mio datore di lavoro, dei problemi che mi tormentavano e ho avuto un’interruzione del lavoro di due settimane. Ho avuto il sostegno senza riserve del mio responsabile e delle RU. Mi hanno rilasciato un documento dove attestano il loro sostegno alla mia denuncia, anche giuridicamente, e mi hanno lasciato il tempo necessario per riprendermi da questi eventi senza caricarmi di troppe responsabilità.

Don Mario, dopo delle ricerche in rete l’ho trovato in un oratorio come parroco.

Gli ho scritto che desideravo parlare con lui degli eventi relativi al nostro soggiorno presso l’istituto religioso della mia giovinezza. Non ha risposto. Ho scritto al suo superiore, mi ha risposto e indirizzato, senza una parola di compassione, al Vicario.

Con il Vicario, ha corrisposto densamente per e-mail, ho esposto i fatti, l’ho incontrato nel marzo 2016. Poi un silenzio di parecchie settimane.

Il silenzio è insopportabile quando ci aspetta una risposta, anche per fatti accaduti 46 anni prima! Mia moglie ha avuto l’idea di cercare associazioni di persone abusate e abbiamo preso un appuntamento con Marie-Jo Aeby di SAPEC, una associazione Svizzera che si occupa delle persone che sono state abusate in una relazione di autorità con religiosi. Il miracolo avvenuto. Marie-Jo mi ha ascoltato, ha capito il mio dramma; lei si che ha avuto una vera compassione e mi ha consigliato cosa fare. In un secondo tempo mi ha indirizzato al vescovo Charles che ha avuto lo stesso atteggiamento di Marie-Jo. Finalmente un uomo di Chiesa, che mi ascolta e mi crede! Monsignor Morerod ha scritto una lettera per la Commissione, presieduta dal Vicario, che doveva redigere il verbale dell’udienza preliminare prevista per il 14 maggio 2016. Quel giorno, per più di tre ore, accompagnato da mia moglie, per raccontare e rivivere l’abuso e le sue conseguenze. E alla fine, nessuna copia del verbale…

Ho provato di tutto per ottenere questo documento, ma niente da fare. Solo le minacce di divulgare il nome del mio aggressore alla stampa ha fatto reagire il Vicario; era pronto a un viaggio in Svizzera per discutere questo punto con l’associazione SAPEC, Monsignor Charles e il sottoscritto, ma non a darmi una copia del processo verbale. SAPEC mi ha sconsigliato di discutere con il Vicario senza processo verbale.

Nel settembre 2016 la procedura preliminare è completata e il mio dossier è inviato a Roma alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Monsignor Charles e Monsignor Francesco, un amico che è missionario da 50 anni, hanno inviato una lettera, alla Congregazione della Dottrina della Fede, per sostenermi nella mia denuncia. Ma dal mese di settembre 2016: silenzio assoluto.

Nel mese di agosto 2017, ho nuovamente inviato una e-mail al Vicario per dirgli che la mia pazienza era ad al limite e che entro la fine di settembre non ricevevo notizie, avrei rimesso la mia storia di abusi ai media. Risposta immediata del Vicario che dice di avere notizie da Roma e desidera incontrarmi.

L’incontro con il Vicario, accompagnato dall’avvocato della sua congregazione si svolge nel mio paese in Italia. Mi accompagna Monsignor Francesco. Il Vicario comunica che la mia procedura è terminata! Don Mario ha ricevuto restrizioni nel suo ministero come; divieto di celebrare alcuni sacramenti e incontrare i giovani da soli. Ha dovuto firmare una lettera in cui ha riconosciuto le accuse e ha deciso di non presentare ricorso contro tali decisioni.

Purtroppo come di solito avviene in Vaticano, non ho ricevuto nulla di scritto. Tutto è stato fatto per via orale, così da non lasciare alcuna traccia. Ho manifestato la mia delusione per la mancanza di comunicazione scritta e con me, Monsignor Panfilo, che mi accompagnava

Don Mario, che aveva accettato di incontrarmi alla fine della procedura canonica, non ha più voluto incontrarmi o scusarsi per il danno che mi ha fatto. Apparentemente, era un po’ depresso dopo la mia confessione e la decisione di Roma. Il poverino!
Non ho ricevuto neppure le scuse scritte dalla sua congregazione!
Sì, ho ricevuto una riparazione ma con l’impegno di non dire il nome del mio aggressore e della sua congregazione.
La Congregazione per la Dottrina della Fede non mi ha permesso di avere:
– I documenti del procedimento preliminare e finale.
– Del processo verbale della mia deposizione.
– Della dichiarazione e della testimonianza del mio aggressore per sapere se ha riconosciuto i fatti o meno.
– Un documento che attesti le sanzioni inflitte al mio aggressore.
– Un documento in cui la chiesa di Roma si scusa per il danno che ho subito.

Ammetto che non ricevere scuse, né documenti della mia procedura, è difficile, molto difficile da sopportare! Questo è inammissibile e qualche volta la rabbia mi prende e vorrei vedere il Vaticano crollare e sprofondare per sempre.

Se da un lato sono soddisfatto per il risultato di questa procedura, che almeno mi riconosce come vittima, io non capisco come mai il Vaticano tratta in questo modo le vittime di abusi sessuali. Una cosa è chiara: non vogliono lasciare nessuna traccia scritta del comportamento dei loro religiosi e pazienza se le vittime, di questi esecrabili delitti, si sentano ancora una volta vittime dell’abuso di potere e del clericalismo, di questa istituzione, che perde ogni giorno un po’ più della sua credibilità.

Un’altra realtà che si è aperta a me attraverso questa esperienza è quella dei sacerdoti italiani.

A parte Monsignor Francesco, che è arcivescovo in Papua, tutti gli altri sacerdoti italiani che ho contattato, in Svizzera e in Italia, non mi ha aiutato nella mia angoscia ma hanno difeso l’istituzione che li mantiene. Non conoscono le conseguenze degli abusi sessuali sui minori e non sono disposti ad aiutare le vittime. Che delusione!

Ora faccio parte del comitato del Gruppo SAPEC e vorrei aiutare gli altri sopravvissuti di abusi sessuali ad essere riconosciuti come vittime, ricevere le scuse dell’autore del reato e quella dei suoi superiori e pretendere un risarcimento.

Nel febbraio 2019 ho partecipato a Roma, con altri membri del Gruppo SAPEC, ad una manifestazione di tolleranza zero organizzato da ECA (Ending Clerical Abuse). L’obiettivo è di fare pressioni sulla chiesa per mettere in atto delle disposizioni, per fermare i suoi indicibili crimini, in parallelo con il sinodo convocato da Francesco.

Ho incontrato diverse persone, donne e uomini, sopravvissuti da abusi sessuali  nella chiesa. Tutti delusi da questa istituzione, ma determinati a continuare questa lotta per far emergere la verità e fermare la piaga che colpisce tanti bambini.

Dopo la lettura del documento finale di Francesco, che ci ha deluso tantissimo, tutti ci poniamo le stesse domande:
Perché la chiesa non fa altro che proferire parole e non azioni concrete per fermare questa catastrofe?
Perché le vittime non sono riconosciute come tali dalla chiesa?

Queste le parole dei genitori di Alessandro al papa che condivido completamente:
“Francesco, ma occorre un summit mondiale per rendere consapevoli i Vescovi che abusare, insabbiare non è una cosa buona, questo l’obbiettivo? La consapevolezza? Occorre un ‘vademecum’ per aiutare i presidenti delle conferenze episcopali per far capire a tutti i Vescovi dei loro paesi che violentare un bambino e spostare i preti che si macchiano di tale crimine, da un oratorio all’altro, non risponde esattamente all’obbiettivo che hai dovuto chiarire”?

Uno dei problemi fondamentali è che nei tribunali ecclesiastici non considerano l’abuso sessuale, sui minori un crimine, ma una violazione da parte di un chierico dei suoi obblighi di celibato. L’abuso sessuale sui bambini è considerato come fattore aggravante.
Il diritto canonico non si occupa di criminalità, ma dei doveri speciali del religioso.
Quindi quello che è in gioco è lo statuto religioso del chierico e non quello che è successo alla vittima perché in Vaticano la vittima non ha statuto.

Eppure c’è un documento che dovrebbe illuminare e affrontare tutti questi problemi e permettere a tutti gli uomini religiosi di vivere secondo il loro impegno: il Vangelo!

Mi pongo una domanda ancora più seria:
Perché i religiosi e tutti i cristiani che collaborano fedelmente per trasmettere il Vangelo non fanno nulla per proteggere i loro fedeli, i più fragili e i loro figli? Il cambiamento può avvenire solo all’interno della chiesa, altrimenti non ci sarà più chiesa…

Non è la chiesa e i suoi membri che soffre, come insiste sempre Francesco, ma milioni di bambini e le loro famiglie che devono convivere con vite umane distrutte o altamente andicappate!

Non è certamente la colpa di satana, altra scusa di Francesco, se molti religiosi si lasciano andare in certi comportamenti disumani, ma della perversione di queste persone e di chi, a proposito, copre questi orribili crimini per proteggersi (dai loro scheletri nell’armadio) e proteggere questa istituzione ormai marcia.

Io non voglio fare parte di questa chiesa, ma desidero, cooperare e aiutare la parte sana a prendere coscienza e sradicare il male che l’ha invasa. La chiesa non potrà ricostruirsi senza l’aiuto delle vittime e delle associazioni che le difendono. Solo ascoltando, l’orrore delle storie delle vittime, potrà prendere coscienza del male che ha fatto e prendere le giuste misure per fermare questa piaga insostenibile.

Valerio

Io, molestato da don Pierino Gelmini

Abbiamo raccolto la testimonianza di Bruno Zanin, molestato da don Gelmini. “Ci portò a casa sua. Mentre ero in bagno entrò e si rivelò per quello che era. Ero solo un ragazzino”.

È un uomo maturo, ormai, Bruno Zanin, scrittore, giornalista free lance con un passato da attore, un uomo che ha sofferto molto prima di trovare il modo di vivere con serenità il suo orientamento sessuale. Colpa di una giovenzza vissuta in tempi molto diversi da quelli odierni, forse, ma anche delle esperienze, di abusi e seduzioni devianti subite da ragazzino in un collegio salesiano.

Ma è Don Pierino Gelmini che è diventato il chiodo fisso di Bruno.
«Erano i tempi in cui la Beat Generation cominciava a confrontarsi con gli Hippies, i capelloni, come ci chiamavano allora – ci racconta Bruno -. Io ero scappato di casa e mi ritrovavo insieme agli altri ragazzi a Piazza di Spagna a Roma. Don

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“Io, abusata da un prete a 11 anni vi racconto una vita di vergogna”

Storia di Laura, una delle vittime italiane. Oggi il primo raduno a Verona . “Ogni scusa era buona per restare solo con me e attirarmi in casa sua, sopra la sacrestia. Io ero debole e non capivo. Non c’è risarcimento per qualcosa che ti impedisce di essere te stesso e ti fa perdere la fiducia”

di VERA SCHIAVAZZI

ROMA – “Erano giovani, belli, intelligenti, puliti. Molti li ho ritrovati su Facebook, sono rimasta annichilita nel sapere che erano ancora in contatto con quel prete. Soprattutto se penso a quello che hanno subito, più grave e pesante ancora di

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Pedofilia: violentato per dieci anni «Quel prete si è preso nostro figlio»

ROMA – Era marzo anche cinque anni fa quando la signora Anna scoprì che suo figlio aveva provato a uccidersi, trascinato in un fiume da un peso che ancora oggi lo affonda. «Mi urlò: “Padre Vito mi ha violentato, non vivo più con questo schifo dentro”». Neanche davanti a un giudice la donna si dà pace. A quel religioso diventato un fratello per 10 anni ha affidato il

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P. B. Roma. Storia anonima inviata a “Senza fare nomi” il 15 maggio 2015

Con quale tipo di comportamenti e’ stato perpetrato il crimine ? 

Buongiorno,

Ho frequentato la parrocchia Santi Aquila e Priscilla di Roma e brevemente il gruppo lupetti negli anni 70, sono nato nel 63 e oggi ho 51 anni.

Ho avuto una infanzia difficile. Mio padre mi maltrattava e soffrivo terribilmente di mancanza di affetto.
Mia mamma ha fatto in modo ch’io frequentassi la parrocchia Santi Aquila e Priscilla per allontanarmi dalla strada e dai pericoli, ciò che mi sembra naturale.

La mia infanzia è un mistero, è come un libro bianco e intonso. In questi anni non me ne sono mai preoccupato, ho

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